Salario giusto: il nuovo approccio del Governo tra CCNL, retribuzione complessiva e contrasto al dumping contrattuale

14 Maggio 2026by Serena Stefanoni

Il contesto normativo e gli obiettivi della riforma

Il dibattito sul lavoro povero e sull’adeguatezza delle retribuzioni torna al centro dell’attenzione con il cosiddetto “salario giusto”, introdotto nel quadro del Decreto Lavoro 2026 approvato dal Governo Meloni. 

La misura, collegata al decreto-legge n. 62 del 30 aprile 2026, non introduce un salario minimo legale uniforme, ma rafforza il ruolo della contrattazione collettiva qualificata come parametro principale per individuare una retribuzione conforme all’articolo 36 della Costituzione.

Il punto centrale è questo: il salario non viene valutato solo nella sua componente base, ma come trattamento economico complessivo.

Che cosa si intende per “salario giusto”

Per parlare di “salario giusto” non basta guardare al minimo tabellare, ma occorre considerare l’intero pacchetto retributivo previsto dal contratto collettivo applicato: mensilità aggiuntive, indennità, premi, welfare, superminimi, maggiorazioni e altri elementi economici riconosciuti al lavoratore.

Il Governo ha scelto quindi una strada diversa rispetto al salario minimo legale. 

Non viene fissata una soglia oraria uguale per tutti, ma si valorizza il CCNL sottoscritto dalle organizzazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. Secondo l’impostazione del decreto, l’accesso ad alcuni benefici e incentivi pubblici viene subordinato alla corresponsione di un trattamento almeno pari a quello previsto da tali contratti collettivi.

Questa scelta ha una portata rilevante per le aziende. 

Il tema non riguarda soltanto la correttezza formale dell’inquadramento contrattuale, ma incide direttamente sulla possibilità di accedere ad agevolazioni contributive, incentivi all’occupazione e misure di sostegno. 

In altre parole, il contratto collettivo applicato e il trattamento economico effettivamente riconosciuto diventano elementi centrali di compliance aziendale.

Salario giusto e salario minimo: due modelli a confronto

La differenza rispetto al salario minimo è sostanziale. 

Il salario minimo legale prevede normalmente una soglia oraria fissata dalla legge, uguale per tutti i settori.

Il salario giusto, invece, tiene conto della specificità dei diversi comparti produttivi, dei livelli di inquadramento, della professionalità, dell’anzianità, delle mansioni svolte e dell’intero sistema retributivo previsto dalla contrattazione collettiva. Come evidenziato anche da diverse ricostruzioni tecniche, il decreto non introduce una cifra minima inderogabile, ma lega il concetto di retribuzione adeguata al trattamento economico complessivo previsto dai CCNL maggiormente rappresentativi.

Sotto il profilo operativo, questo comporta una maggiore attenzione nella scelta del contratto collettivo da applicare. 

Le aziende non potranno limitarsi ad applicare un CCNL qualsiasi, soprattutto se sottoscritto da organizzazioni prive di effettiva rappresentatività. 

Il rischio è quello di trovarsi di fronte a contestazioni ispettive, perdita di benefici contributivi o esclusione da misure agevolative.

Il concetto di salario giusto si inserisce infatti anche nel contrasto al dumping contrattuale. Negli ultimi anni si è assistito alla proliferazione di contratti collettivi con trattamenti economici inferiori rispetto a quelli dei CCNL comparativamente più rappresentativi. 

Questo fenomeno altera la concorrenza tra imprese e penalizza i lavoratori, creando situazioni in cui il risparmio sul costo del lavoro deriva non da una migliore organizzazione aziendale, ma dall’applicazione di contratti meno tutelanti.

Il controllo del corretto inquadramento e delle buste paga

Un altro aspetto importante riguarda la composizione della retribuzione. 

Il salario giusto non può essere identificato esclusivamente con la paga base. 

Il lavoratore deve ricevere il trattamento complessivo previsto dal contratto: tredicesima, eventuale quattordicesima, indennità di funzione o di turno, maggiorazioni, premi di risultato, welfare contrattuale, elementi distinti della retribuzione e ogni altra voce prevista dal CCNL applicabile. 

È proprio questa visione complessiva che distingue il salario giusto da una semplice soglia minima oraria.

Per gli studi professionali e per i consulenti del lavoro, la novità impone un’attività di verifica ancora più puntuale. 

Sarà necessario controllare non solo se il CCNL applicato sia coerente con l’attività svolta dall’impresa, ma anche se i livelli di inquadramento, le mansioni, le voci retributive e gli istituti contrattuali siano correttamente gestiti in busta paga. La conformità non potrà essere valutata in modo superficiale, perché l’intero trattamento economico dovrà risultare allineato ai parametri contrattuali.

Particolare attenzione dovrà essere prestata anche agli appalti, ai cambi di contratto collettivo, alle cooperative, ai settori labour intensive e alle imprese che utilizzano incentivi per nuove assunzioni. 

In questi ambiti il rischio di utilizzo improprio di contratti collettivi meno rappresentativi è più elevato e potrebbe tradursi in conseguenze economiche e ispettive significative.

Gli effetti operativi per aziende e datori di lavoro

Dal punto di vista aziendale, il salario giusto deve essere letto come un invito a ripensare la gestione del personale in chiave più strutturata. 

Non si tratta soltanto di pagare correttamente i dipendenti, ma di costruire un sistema retributivo coerente, trasparente e sostenibile. 

Una corretta politica salariale incide sulla produttività, sulla fidelizzazione dei lavoratori, sull’attrattività dell’impresa e sulla riduzione del contenzioso.

Naturalmente, la misura non è esente da criticità. 

Una delle questioni principali riguarda l’individuazione concreta dei contratti collettivi comparativamente più rappresentativi. 

In assenza di criteri sempre immediati e oggettivi, le imprese potrebbero trovarsi in difficoltà nella scelta del contratto da applicare, soprattutto nei settori caratterizzati da pluralità di CCNL. 

Alcune analisi hanno evidenziato proprio questo profilo come uno degli aspetti più delicati della nuova disciplina.

Un ulteriore tema riguarda l’effettività dei controlli. 

Affinché il salario giusto non resti un principio solo dichiarato, sarà necessario un sistema ispettivo capace di verificare in modo concreto la corretta applicazione dei contratti collettivi e la reale corrispondenza tra mansioni svolte, livello di inquadramento e trattamento economico riconosciuto.

Schema riepilogativo delle caratteristiche principali del salario giusto

Aspetto Contenuto essenziale
Cos’è il salario giusto È il principio secondo cui la retribuzione adeguata non coincide con la sola paga base, ma con l’intero trattamento economico previsto dal CCNL comparativamente più rappresentativo.
Riferimento normativo Si fonda sull’articolo 36 della Costituzione e sul nuovo orientamento introdotto dal Governo con il Decreto Lavoro 2026.
Non è un salario minimo legale Non prevede una soglia oraria unica fissata per legge uguale per tutti i lavoratori e per tutti i settori.
Ruolo centrale del CCNL Il parametro di riferimento è il contratto collettivo sottoscritto dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.
Elementi che compongono il salario giusto Minimo tabellare, tredicesima, quattordicesima, indennità, premi di risultato, welfare aziendale e contrattuale, maggiorazioni, superminimi e altri trattamenti economici previsti dal CCNL.
Obiettivo della normativa Contrastare il lavoro povero e il dumping contrattuale, valorizzando la contrattazione collettiva qualificata.
Effetti per le aziende Necessità di verificare la corretta applicazione del CCNL, gli inquadramenti e tutte le voci retributive corrisposte ai lavoratori.
Rischi in caso di non conformità Contestazioni ispettive, recuperi contributivi, perdita di agevolazioni e incentivi, aumento del contenzioso.
Benefici di una corretta applicazione Maggiore compliance, accesso agli incentivi, riduzione dei rischi e miglioramento del clima aziendale.
Ruolo del Consulente del Lavoro Supportare l’impresa nella scelta del CCNL corretto, nella verifica delle buste paga e nell’ottimizzazione del costo del lavoro.

Conclusione

In conclusione, il salario giusto rappresenta un passaggio importante nel modo di intendere la retribuzione. 

Non introduce un salario minimo per legge, ma rafforza il valore della contrattazione collettiva qualificata e attribuisce maggiore centralità al trattamento economico complessivo del lavoratore. 

Per le imprese, la sfida sarà trasformare questo principio in una gestione del personale corretta, documentata e coerente. 

Per i consulenti del lavoro, si apre un ruolo ancora più strategico: assistere le aziende nella scelta del CCNL, nella verifica degli inquadramenti, nella corretta elaborazione delle buste paga e nella prevenzione di rischi contributivi, ispettivi e giuslavoristici.

Una valutazione preventiva consente di ridurre i rischi ispettivi e costruire un’organizzazione del lavoro più solida e competitiva.

Se desidera verificare se la Sua azienda applica correttamente il CCNL e se il trattamento economico riconosciuto ai dipendenti è coerente con il nuovo principio del salario giusto, contatti il nostro Studio per una consulenza personalizzata.

    Serena Stefanoni

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